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La guerra dei sardi contro la Tirrenia

 I viaggiatori che, stanchi e inferociti, scendono dalle navi della Tirrenia, dopo aver patito il calvario dell'attesa in banchina e di una tormentata navigazione, spesso, ai giornalisti che li intervistano dichiarano di voler chiedere il risarcimento del danno patito. Il che, non solo è giusto, ma inoltre esprime maturità civile: che cosa può fare un singolo cittadino che vede un suo diritto leso, se non rivolgersi al giudice, chiedendogli di essere difeso? Caso diverso è quello delle pubbliche amministrazioni: anch'esse, certamente possono ricorrere alla magistratura, anzi in certe occasioni debbono farlo. Quando accada, appare però evidente che, in tutto o in parte, è venuta meno la ragione per la quale esistono e debbono, o dovrebbero, svolgere funzione di indirizzo politico e di gestione amministrativa. Nella vicenda Tirrenia, ad esempio, Lo Stato italiano forse potrebbe chiedere conto ai dirigenti di quella compagnia dello sperpero di danaro pubblico perpetrato nell'arco di molti decenni, senza che mai (mai!) il servizio erogato abbia raggiunto un livello accettabile. Ma chiunque capisce che, contemporaneamente (o forse prima), dovrebbe confessare di non aver voluto o saputo esercitare la funzione per la quale uno Stato esiste, e cioè quella di tutelare le esigenze della collettività. E noi tutti, l'insieme degli italiani che a questa situazione non ci siamo opposti, condividiamo una responsabilità politica, se abbiamo sopportato che ciò avvenisse senza esprimere mai la nostra disapprovazione. La Regione Sardegna, invece, la sua disapprovazione l'ha espressa, negli anni, con una caterva di imbelli comunicati, di sterili e un po' patetiche lamentazioni rivolte al Governo nazionale. Ora, da ultimo, il presidente Cappellacci chiede agli uffici legali di valutare «quali azioni possano essere intraprese a tutela dei viaggiatori, dei cittadini sardi e dell'immagine della Sardegna». C'è da chiedersi: ma il presidente, non dovrebbe essere la massima espressione della volontà politica del popolo sardo? Non dovrebbe egli incarnare il nostro diritto all'autonomia che la Costituzione riconosce e lo Statuto definisce? Implica o no, tale autonomia, il diritto/dovere a esercitare una potestà che in questi sessanta anni abbiamo parzialmente o malamente esercitato? Ciascuno, se ragiona, capisce perfettamente che se si fosse trattato di un fatto giuridico-amministrativo, in più di mezzo secolo avremmo risparmiato una montagna di quattrini, semplicemente rivolgendoci a un ufficio legale che tutelasse i nostri interessi. I padri dell'autonomia pensavano a qualcosa di più e di completamente diverso: in seguito è tuttavia mancata una visione politica salda che dettasse conseguenti azioni di governo. Così non abbiamo mai navigato e oggi siamo costretti a lamentarcene con l'avvocato.

Giuseppe Marci

23-08-2010     www.unionesarda.it

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