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La società è decotta appetibili solo le rotte

 

PALERMO –

L’insolvenza di Tirrenia, dichiarata dal Tribunale fallimentare di Roma, presieduto da Ciro Monsurrò e affiancato dai delegati Francesco Taurisano e Fabrizio Di Marzio, su istanza presentata dal commissario straordinario Giancarlo D’Andrea, ha praticamente portato allo scoperto ancora una volta le beghe finanziarie della compagnia.
Secondo la relazione del commissario straordinario, Tirrenia mantiene al suo attivo 1.646 unità di risorse umane.

Complessivamente si può parlare di 2.200 unità, comprendendo anche la Siremar, di cui 1.280 siciliani, che costituiscono certo una forte spinta propulsiva sul mondo politico isolano. Ma è una condizione che avrebbe giustificato un ulteriore inabissamento delle già compromesse casse regionali? Le cifre sono da capogiro. I debiti ammontano complessivamente a 646,6 milioni di euro, secondo la sentenza, e la situazione contabile, aggiornata al 4 agosto 2010, ha già registrato 15 milioni di euro di debito scaduti, mentre ci sono altri 227 milioni di debiti verso banche a breve, e 182 milioni che rappresentano la quota debitoria a medio e lungo termine. Si tratterebbe insomma dell’ennesimo baraccone sulle già gravate spalle sicule, proprio mentre il vento politico soffia da tutt’altra parte. “La crisi Tirrenia può diventare invece – ha spiegato Francesco Sanna, senatore del Partito democratico – un’occasione per modernizzare e rendere più efficiente il sistema dei trasporti via mare. Rimuovere il macigno del monopolio delle sovvenzioni pubbliche in capo a Tirrenia consentirà non solo di aumentare la concorrenza su tratte commercialmente interessanti, ma anche di attivare gare aperte a tutti gli operatori per nuovi contratti di servizio con le isole italiane. Se per raggiungere questi obiettivi si dovranno dividere gli asset di Tirrenia, non lo troverei affatto scandaloso

www.qds.it     20-08-2010

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