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Tracollo annunciato

 

Il maldestro tentativo di far finta di privatizzare la Tirrenia passandola da una mano pubblica statale a una mano pubblica regionale è naufragato in modi e tempi piuttosto oscuri. Ma questa rimane comunque una buona notizia nella brutta partita che ha portato alla dichiarazione di insolvenza della società dei traghetti. Epilogo inesorabile alla luce di una cassa ridotta a 18.500 euro di liquidità a fronte di debiti complessivi nell'ordine di quasi 650 milioni. Resta solo da chiedersi come mai si sia arrivati appena ora a un esito che era scritto nei bilanci già da parecchi anni.
Il tracollo di Tirrenia, infatti, non giunge per nulla inaspettato. Anni, anzi decenni, di pessima gestione aziendale, tollerata e favorita da allegri ripianamenti dei conti da parte dello Stato, sono la vera e ben conosciuta causa di questo disastro. L'aspetto davvero inquietante della vicenda è che tutti, proprio tutti nel mondo politico, sapevano benissimo da lungo tempo che l'azienda era un colabrodo finanziario senza speranze, ma nulla da nessuno è stato fatto per porvi riparo. Basti dire che - caso unico nella storia dei boiardi di Stato - alla guida della società è stata lasciata la stessa persona, Franco Pecorini, per ben 26 (ventisei!) anni. Un manager così sagace che, fra gli altri sfondoni, ha investito qualche centinaio di milioni in navi che hanno dovuto essere messe alla fonda o perché non tenevano il mare agitato o perché consumavano cinque volte il carburante dei traghetti tradizionali. Eppure in un Paese che nell'ultimo quarto di secolo è transitato dal Caf a Berlusconi, passando per due governi Prodi, praticamente nessuno è rimasto al proprio posto salvo l'intoccabile Pecorini, rimosso soltanto adesso. E probabilmente nulla ancora sarebbe cambiato se non fosse arrivata una scossa da parte di un agente esterno: l'Unione europea. Che, nella sua battaglia contro le sovvenzioni statali, ha imposto all'Italia di chiuderla con i pagamenti a pie' di lista e di procedere in fretta alla privatizzazione di Tirrenia.
Ma mettere la parola fine a questo festival dello spreco non si sta rivelando impresa semplice. Anche perché non c'è operatore privato al quale interessi la società così com'è: appetibili e appetite sono sì alcune (poche) linee dove c'è margine di profitto mentre tutto il resto in perdita non lo vuole proprio nessuno. Si sta profilando perciò l'idea di procedere sulla falsariga di quanto avvenuto per Alitalia sdoppiando l'azienda in una "bad company", nella quale concentrare debiti pregressi e rotte a perdere, e in una "good company" dove collocare la polpa.
La prima conseguenza di una simile prospettiva è che - come per il caso Alitalia - il pagatore di ultima istanza sarà una volta ancora il malcapitato contribuente sul quale ricadranno gli oneri maggiori dell'operazione. Per giunta senza che questi possa sperare di essere almeno in parte risarcito attraverso una sacrosanta azione di responsabilità contro coloro che, dentro e attorno a Tirrenia, sono all'origine di tanto prolungato dissesto. Purtroppo, infatti, non s'è mai visto uno Stato fare causa contro se stesso

 Massimo Riva   "L'Espresso"         20-08-2010

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