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Tirrenia vira oltre il piè di lista   

Tirrenia sarà commissariata, il tribunale l'ha dichiarata insolvente. Questa è la buona notizia: Tirrenia non è l'Alitalia dei mari. E poi, adesso non siamo in clima elettorale, la politica ha altro a cui pensare che sventolare la bandiera nazionale. Nel settore del cabotaggio operano una ventina di operatori privati (tra cui grandi Navi Veloci, Moby Lines, Snav, Strade Blu, Sardinia Ferries, Alilauro): nessun operatore straniero che traghetti altrove i turisti. Non c'è il rischio di non garantire il servizio: il 70% del traffico di Tirrenia è fatto da 10 linee con 12 delle 44 navi. Nel caso Alitalia, l'Antitrust aveva chiuso un occhio sulla concentrazione sulla rotta Milano-Roma: qui non potrebbe non multare come azione di concerto la “chiamata alle armi” dei big dell'armamento italiano invocata da Nicola Coccia, presidente di Mediterranea Holding. Nel caso Alitalia il bisturi era stato rapido, imprenditori italiani avevano raccolto la sfida, e il baldanzoso avvio del "governo del fare" aveva fatto passare in secondo piano i miliardi di euro in più che con la nuova soluzione si addossavano ai contribuenti. Qui invece il ministro Matteoli innesta la marcia ridotta, «non ci sarà il cosiddetto spezzatino», tutto avverrà «salvaguardando i livelli occupazionali»: sarà il solito copione di scioperi e di scivoli, di mobilità lunghe e di proroghe. Ma in questa vigilia di Ferragosto vogliamo consentirci un po' di ottimismo: che Bruxelles non accetti le mini-Tirrenie regionali, che i vincoli di bilancio impediscano di privatizzare le sovvenzioni (73 milioni per 8 anni più i 56 per 12 anni), che si scelga di assegnare la sovvenzione per l'obbligo di servizio pubblico con un'asta al ribasso, e non in blocco, ma linea per linea. Cioè che questa sia una storia di ordinaria metabolizzazione, che lo scarabeo stercorario faccia rotolare la palla dei favoritismi accumulati negli anni. In ogni caso, Tirrenia una cosa utile la può ancora fare: indurre a riflettere sulle tante Tirrenia in essere o in fieri che stanno nei settori più disparati, dalla sanità all'acqua, dalla Rai ai trasporti. Non è il solito refrain del pubblico cattivo e del privato buono, è quello che succede quando si distorce il mercato concorrenziale, cioè il meccanismo di formazione dei prezzi. Tutto ha inizio quando lo stato decide che, in regime di servizio pubblico, i contributi per coprire lo squilibrio costi-ricavi debbano andare a un'impresa pubblica, invece di essere assegnati su base concorrenziale a chi pratica le condizioni più favorevoli. In poco tempo il contributo va a coprire tutto, i costi effettivi o gli sprechi: diventa il piè di lista, il grande traghettatore d'inefficienze. Con il piè di lista si fanno più parti cesarei e più Tac, si assume più gente e la si paga di più. Nella vecchia Alitalia la diecina di aerei lungo raggio non bastavano per far fare a tutti i 240 piloti il numero di voli annui necessari per mantenere la validità del brevetto. In Tirrenia, stipendi del 25% superiori ai privati, 4mila persone, due equipaggi per ogni nave, per ogni giorno di lavoro un giorno di riposo con cabina riservata; e se qualcuno, per arrotondare, se la rivende, rinuncia a un suo diritto, a chi fa danno? Se il ministro Matteoli non sapesse che sono troppi e pagati troppo, perché mai si farebbe premura di rassicurarli? Se i dipendenti non lo sapessero, perché mai glielo ricorderebbero con uno sciopero? S'incomincia col chiedere che un bene – il diritto all'acqua, o quello a muoversi sul territorio nazionale - sia finanziato dalla fiscalità generale, finisce che si finanziano non i destinatari dei servizi, ma quelli che li erogano.  Ed è impossibile che non sia così. In ogni azienda i costi aumentano spontaneamente, se a riportarli sotto controllo non ci sono vincoli esterni: la concorrenza, il bilancio. Per i politici (e per i sindacalisti) l'obiettivo è essere votati; chi fornisce un servizio essenziale forma un gruppo d'interesse coeso; se fanno sciopero la gente protesta: la soluzione più conveniente per tutti è aumentare il piè di lista, e coprire i costi con l'aumento della fiscalità generale. Per i dipendenti, la strategia di chiedere sempre di più, è quella assolutamente più razionale. A pensarci, è quello che è successo con le grandi banche, che hanno adottato strategie rischiose, contando su fatto che lo stato le avrebbe salvate. Too big to fail, too big to sink: l'importante è navigare

 

 

14-08-2010  www.ilsole24ore.com 

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