08-01-2019

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LIVORNO. Tirano venti di guerra sulle banchine e il vescovo Simone Giustiprende la parola: lo fa mettendo nero su bianco un intervento pubblicato sul giornale on-line della diocesi con un richiamo a riportare al centro «il bene comune» e a «evitare un ritorno all’immobilismo».

Ma sbaglierebbe vescovo chi si immaginasse un auspicio generico, l’appello irenico a un certo qual "volemose bene" per riportare la quiete dopo la tempesta. Non potrebbe più esplicito (e "politico") il perentorio altolà a qualsiasi ipotesi di dimissioni dei vertici dell’Authority. Giusti dice di rifiutare il pensiero che, con il susseguirsi nel corso degli anni, i vari amministratori «si siano persi dietro corruttele varie», pertanto «non crediamo neppure opportune dimissioni di alcuno prima del pronunciamento della magistratura».

Il motivo di questo stop alla tentazione di uscire di scena? Le dimissioni, a giudizio del vescovo, avrebbero probabilmente come risultato «un sicuro rallentamento se non un fermo non si sa per quanto, dello sviluppo del porto di Livorno». Giusti ha paura che alla fine si capitomboli in una situazione di paralisi che, come minimo, farebbe slittare a chissà quando l’affidamento dei bacini «e - aggiunge - così pure le gare per la costruzione della nuova diga foranea e della Darsena Europa». Con una conseguenza: «Chi pagherebbe ancora una volta il prezzo più alto sarebbero non gli operatori marittimi ma i disoccupati i quali vedrebbero allontanarsi opportunità numerose di lavoro».

La vicenda giudiziaria livornese, secondo il vescovo, obbligherà a fare chiarezza nella portualità nazionale, se è vero che, «a quanto è dato sapere, sembrerebbe che norme non univoche abbiano portato a decisioni confliggenti fra autorità del porto di Livorno e a denunce per abuso d’ufficio». Inutile dire che, ovviamente, se qualcuno «ha violato deliberatamente la legge individualmente ne risponderà». Ma se invece «emergerà l’ambiguità di norme portuali», sarà l’occasione per arrivare a una «loro interpretazione autorevole da parte della magistratura» o per «chiedere al potere legislativo di fare la dovuta chiarezza».

Il monsignore-architetto si rammarica del fatto che «è veramente spiacevole constatare che quando sembrava il porto di Livorno avesse trovato la strada per il suo rinnovamento, tutto improvvisamente rischi di bloccarsi con l’eventualità che si torni nell’immobilismo, forse caro a qualcuno ma non certamente ai tanti poveri della città: anche dal porto, lo ribadiamo, essi si attendono nuove opportunità di lavoro».

Il vescovo invita ciascuno dei soggetti in campo a fare la propria parte. «La magistratura - afferma - faccia suo dovere, la politica se necessario legiferi, le autorità del porto di Livorno proseguano con immutato zelo nell’opera di ammodernamento» delle infrastrutture». È questo il mantra del vescovo: guai a mettere a rischio l’occupazione (non dev’essere «la prima e certa vittima di questa nuova delicata situazione portuale»).
E, in questa sottolineatura per richiamare ognuno a fare il suo dovere, Giusti non usa giri di parole. «Nessuno - ribadisce - si condanni prima del giudizio definitivo della magistratura, tutti si adoperino per il bene della città». Aggiungendo poi: «La sconfitta di Caio potrà forse piacere a qualcuno come l’affermarsi di Sempronio ma questa partita porta con sé, la certa disfatta della città di Livorno, che da una nuova conflittualità in porto ha tutto è solo da rimetterci».

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